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Le pussy riots nelle patrie galere russe |
Is There Anybody Out There?
di Giulia Marziale
C’è da credere che tutto il
trambusto creato dalla sfortunata sorte delle Pussy Riot, nonché l’ondata di
indignazione e solidarietà scaturita da tutte le menti democratiche di
giornalisti, cantanti, uomini e donne di governo sia nata dall’attenuante
dell’uso, nel momento dell’ “atto criminoso”, di simpatici passamontagna
colorati.
Personalmente ne sono quasi certa.
Anche perché, diciamocelo, i colori destano più l’attenzione, ci allietano la
vita, ci rendono più comprensivi e aperti verso gli altri.
Altrimenti proprio non si capirebbe
come mai i giornalisti, i primi a catapultarsi in “arditi” articoli atti a
sbattere i nemici della collettività (terroristi incappucciati accusati di
attaccare striscioni, di offendere la repubblica e le sue istituzioni con
pericolosissime azioni sovversive che distribuiscono colla e vernice sui muri
della città) sulle prime pagine dei loro giornali, abbiano sposato la causa
delle Pussy Riot.
Sicuramente dipende dal colore del
passamontagna!
Eh già, perché nella democrazia, da
loro tanto ostentata e dalle alture dalle quali mandano le loro invettive
contro il cattivissimo Putin e il medievale Patriarca della Chiesa di Mosca,
una simile situazione non si sarebbe mai verificata.
O meglio, si verificherebbe se i
passamontagna o le felpe con cappuccio fossero neri. Se in chiesa invece del
nome di Putin venisse urlato (e non per inneggiare) quello di qualche noto
mercificatore o incatenature delle nostre vite, un ministro, un capo della
polizia, qualche politico, qualche potente del clero di Roma.
Non so quanti giornalisti indignati
di questi ultimi tempi siano andati a leggere il codice penale della nostra
santa democrazia. Credo davvero pochi.
D’altra parte si sa, il lavoro è
tanto, la difesa dei diritti democratici (degli altri Paesi) non conosce sosta,
è una dura corsa e non si può sprecare il tempo.
Ma io, che di tempo ne ho, essendo
chiusa in una patria galera per un tempo che non mi è dato sapere (detenuta in
attesa di giudizio), ho pensato di aiutare lor signori nel loro nobile lavoro.
Art 405 cp, Turbamento di funzioni religiose del culto di
una confessione religiosa:
“Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche
religiose del culto di una confessione religiosa… è punito con la reclusione
fino a 2 anni”. Aggiungerei il
reato di travisamento (legge n°152 del 22/5/75): “è vietato l’uso di caschi o qualunque altro mezzo atto a rendere
difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al
pubblico senza giustificato motivo… in manifestazioni… tranne in quelle
sportive. Il contravventore è punito con l’arresto da 1 a 2 anni e con una
ammenda da 1000 a 2000 euro.” E, perché no, il vilipendio a chicchessia
(religione, presidente repubblica, repubblica e alle sue istituzioni)… Che fatica.
Insomma, se
le Pussy Riot avessero fatto la stessa cosa in Italia, avrebbero avuto un
trattamento forse ben peggiore.
Ora, di
certo, non mi interessano lezioni di diritto comparato, anche perché le mie
conoscenze di questo infausto mondo, che peraltro non mi appartiene, sono molto
ristrette.
Vorrei solo
“esplorare il mondo di San Patrizio delle vostre democrazie” per rimestare nel
torbido. Se le mie parole avessero la
forza della mia rabbia, sarei sicuramente più efficace, più incalzante
nell’esporre le miei argomentazioni.
Mi chiedo se i difensori della
libertà di questi giorni scrivano i loro articoli con ingenua consapevolezza o
con il classico sporco servilismo ipocrita che li contraddistingue. Quello che
gli permette di dedicare pagine e pagine di ringraziamenti a chi ha salvato il
Paese da pericolosi attentatori, senza curarsi di capire i reali disegni celati
dietro la carcerazione di tante persone, riportando le veline dei loro padroni
condite di qualche aggettivo un po’ letterario (così da rendere l’articolo più
accettabile agli occhi di un lettore la maggior parte delle volte decerebrato,
ma esigente) e costruendo un mondo fittizio.
Un servilismo che garantisce la loro
integrità morale agli occhi dell’opinione pubblica, che li vede battersi contro
le ingiustizie assassine di Assad, contro l’arresto delle Pussy Riot, per
Assange, così da non dover rendere conto del loro sporco e reale lavoro condotto
in Patria, l’unico per cui la stampa ha il permesso di esistere, ossia
giustificare, servire il Potere, lo Stato e i suoi scagnozzi.
Così i ribelli siriani sono tali,
quelli della Val di Susa sono terroristi e violenti; le Pussy Riot sono
dissidenti, represse dal sistema dittatoriale russo, mentre chi in Italia viene
accusato di fare scritte o di attaccare striscioni contro la guerra, il governo
o i responsabili di disastri ambientali è un pericolosissimo eversore
dell’ordine democratico da rinchiudere in galera (prima ancora del processo,
ovvio).
Ah scusate, dimenticavo!
Probabilmente nella democraticissima Italia, le Pussy Riot, oltre ai già citati
articoli del c.p., si sarebbero viste appioppare sicuramente il tanto amato 270
bis, articolo sulla cresta dell’onda. Anche perché in una chiesa, cantare
contro il governo, in tre, cosa è se non una associazione sovversiva con
finalità eversive, con “l’aggravante della richiesta dell’aiuto alla madonna”
(e qui, se capitassero nelle mani di qualche prete/Pm, avrebbero sul groppone
anche “stregoneria ed eresia”)?
Certa che le mie parole cadano nel
vuoto delle vostre teste schiave, cari giornalisti, vi auguro sia di poter
continuare il vostro fondamentale e necessario lavoro, sia di non guardarvi mai
allo specchio. Casomai doveste scorgere una divisa al posto dei vostri vestiti,
una catena al posto dei vostri cervelli, un manganello al posto della vostra
penna.
Comunque, a scanso di equivoci,
solidarietà alle Pussy Riot, non in nome della democrazia e dei suoi diritti,
ma in nome della libertà, contro le galere e i loro carcerieri, contro tutti i
benpensanti che puntano il dito dall’altra parte del loro recinto, senza
guardare il fango che arriva alle loro gambe.
Detto ciò, mi auguro che le Pussy
Riot non siano risucchiate da una rogatoria internazionale che le coinvolga in
un’associazione sovversiva intergalattica.
Un saluto, da Giulia,
una sovversiva senza passamontagna
colorato, detenuta nel carcere di Rebibbia.
Buon fine estate!