Una riflessione sulla nonviolenza tratta dal sito
https://cartesensibili.wordpress.com/ a proposito del libro Dio è violent di Luisa Muraro, Nottetempo editore
Un mondo che fa sembrare stupide le persone buone
di Elisabetta Chiacchella
Bisogna partire da qui, da alcune affermazioni che troviamo a p. 21 di
Dio è violent di Luisa Muraro: “Nel corpo sociale non scorre più, come
energia positiva, il senso di un orientamento condiviso. Sotto i colpi
della crisi del 2008 che non passa (…) ci accorgiamo che l’unico
orientamento generale lo dava la crescita economica. Scrivo perché ci
rendiamo conto di ciò che sta capitando e impariamo a leggere la realtà
meglio che possiamo (…). Leggere anche i segni positivi, naturalmente,
che è la parte più preziosa e meno facile. Avvengono infatti anche
cambiamenti in cui si indovina un orientamento, cioè una via d’uscita da
un mondo che fa sembrare stupide le persone buone.”
Grata come sono a Luisa Muraro per il necessario libro che ha scritto, e
ad Anna Maria Farabbi per avermi invitato a partecipare a questo
confronto di idee, comincio a srotolare il mio ragionamento di persona
radicale in politica e amica della nonviolenza nell’azione quotidiana,
pubblica e privata.
E’ vero, lo stato è violento. Basta gettare uno sguardo alle carceri
italiane e ai continui suicidi di detenuti e guardie carcerarie per
capirlo al volo. Basta ricordare le morti infinite nei viaggi della
speranza fra le coste della Libia e Lampedusa, morti scaturite anche
dallo scellerato accordo d’amicizia italo-libica così caro ai governi
italiani, sia recenti che passati. Basta non allontanare la vista dagli
anarchici arrestati nel giugno 2012 con l’accusa, tutta da
circostanziare, di terrorismo internazionale, guidati da una presunta
“cellula perugina”, già resa mostruosa da media indifendibili ben prima
che se ne sia indagata l’attendibilità dell’esistenza e si siano
accertate le responsabilità delle persone in custodia cautelare.
Lo stato è violento e, come scrive Muraro, abbiamo valide ragioni per
negare il nostro consenso allo pseudo-ordine che il potere detiene. La
domanda che subito dobbiamo porci allora è con quali mezzi possiamo
negarglielo.
La mia risposta diverge da quella indicata da Muraro a p.28: “a chi
detiene un potere quale che sia, io non mi presento dichiarando che ho
rinunciato all’uso della forza fino alla violenza se necessario.”
Divergo perché subito mi si para davanti il viso di Aung San Suu Kyi e
immagino quanto le sia costata, in termini di attesa dichiaratamente
nonviolenta, la sua gestazione di democrazia in Birmania. Certo, si
sarà arrabbiata, del tutto legittimamente. Ma la rabbia, come in Martin
Luther King, esempio citato positivamente da Muraro, anche in lei è
divenuta inizialmente forza morale, poi simbolo per il suo popolo, e non
solo.
Divergo perché mi sono riletta la lettera scritta, e non spedita, da
Elsa Morante alle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro.
Riflettendo sulla parola rivoluzione, la scrittrice la definisce come
“grande azione popolare al fine di instaurare una società più giusta.”
Trovo convincenti queste sue parole e sono d’accordo anche con il
prosieguo della lettera: “Su questa definizione, sono state sventolate
troppe bandiere equivoche. E il primo equivoco è stato di scrivere su
queste bandiere, il motto nazionale: Il fine giustifica i mezzi. (…) A
chi per caso avesse letto i miei ultimi libri, sarebbe nota quale stima
io faccia delle società istituite. Ma per quanto inerti e corrotte
possano venir giudicate certe società presenti, io mi auguro di non
vivere abbastanza per assistere a nuovi totalitarismi”.
La spaventosa crisi economica (con il crollo verticale delle autorità,
variamente screditate e considerate parassitarie da moltissima gente) e
la disuguaglianza inaccettabile delle condizioni esistenziali dei
cittadini potrebbero dare origine oggi a risposte totalitarie da parte
dello stato?
Gli scenari presenti mettono i brividi. I nuovi totalitarismi sono solo incubi del passato?
Lascio riecheggiare le domande, fuori e dentro di me; domande a cui non
rispondo (con quale risibile attendibilità potrei infatti rispondere?),
ma tengo conto di quello che ha dichiarato la ministra dell’interno
Cancellieri a proposito dell’opinione di Muraro in Dio è violent: se il
cittadino decide di farsi giustizia da solo, c’è il rischio di ricadere
nell’uomo provvidenziale che per fermare la violenza impone a tutti le
sue scelte con la forza.
Sono prudente, o sono impaurita, nel ricordare la posizione assunta
pubblicamente da chi è a capo delle forze dello pseudo-ordine? Non posso
giurarci, ma credo che in me prevalga la prudenza, dato che tutti
sappiamo come lo stato non possa mai essere messo fuori gioco. Dobbiamo
tenere conto delle sue mosse e ricordare che spesso basta l’ombra di una
miccia accesa da qualcuno per scatenare selvagge coazioni a reprimere:
il G8 di Genova è davanti ai nostri occhi con lo scandalo Diaz e
Bolzaneto.
Perciò, sull’onda del prezioso dono di Luisa Muraro, mi sento di
concludere esprimendo la mia urgenza. Bisogna che le persone buone e
consapevoli, per niente stupide, non collaborino alla propria espulsione
dal mondo e disarmino il braccio dello stato. Come?
Tessendo rapporti, rafforzandoli, allargandoli nell’impegno politico di
sé. Luisa Muraro ci spiega energicamente che “promuovere l’indipendenza
simbolica dal potere” (p.66) è possibile, correggendo un’eredità
politica, filosofica, religiosa segnata dal maschile e dalla soggezione
femminile al maschile (p.61).
Possiamo tutte e tutti contribuire a cambiare il setting del gioco,
agendo in più ambienti possibile, insistendo a creare varie brecce nel
contesto. Modificato quello, potranno anche modificarsi le regole del
gioco. Bisogna avere pazienza, ancora.
Elisabetta Chiacchella